Ricordi in Polaroid

Nell’era digitale e della velocità senza attesa, sembra obsoleto e forse capzioso recuperare tecniche che fanno parte di un passato. Ma l’istantaneo della polaroid, meraviglia tecnologica  ideata da Edwin Land, l’attimo colto in mano che passa attraverso magici liquidi che in pochi secondi fanno apparire un’immagine, si allontana molto dalla simultaneità della tecnica digitale. Qui resta ancora un velo di possibile casualità, perché quel quadratino rivestito di acidi sviluppanti, è elemento sensibile e può regalare piacevoli sorprese.
Ricordo sotto l’albero di un natale degli anni settanta, una grigia Polaroid in bianco che ha immortalato le mie feste, i miei amici e le gite in montagna in istantanee che presto il tempo ne ha virato i colori in evanescenti nuance. Le facce troppo grandi, i corpi deformati e i grigi fluo che ne uscivano, facevano di questi “quadratini ricordo” già un’ atipica interpretazione della realtà. Poi arrivarono quelle a colori, più stabili e meno odorose di acido, sulle quali potevi intervenire nei minuti dello sviluppo con uno stuzzicadenti per lasciare segni, disegni, scritte, o per deformare l’immagine con un risultato finale decisamente pop.
Dalla metà degli anni ottanta, quindi, da semplice e casalingo strumento, la polaroid viene elevata a linguaggio nel panorama artistico e fotografico, anche per la possibile manipolazione degli acidi del suo sviluppo, fino a regalare immagini di incredibile bellezza e unicità. Mi viene in mente lo studio di New York del mio amico fotografo, Paul d’Innocenzo, tappezzato da personalizzati scatti di amici, modelli e artisti che passavano dal suo studio. Ma anche Alberto Rizzo, fashion photographer della Grande Mela, uno dei primi ad utilizzare questo strumento come mezzo espressivo. Del resto che avrebbero fatto i  fotografi senza un simile attrezzo che permetteva istantaneamente di impostare le immagini, verificare le luci e le posture prima dello scatto in pellicola? E ancora, quanti artisti, nei loro dipinti, hanno in questo modo fissato pose senza anchilosare i loro modelli in carne e ossa?
Ma una tecnica così interessante non può essere dimenticata e messa da parte dai nuovi mezzi. Lo dimostra un’interessante mostra al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, curata da Mirko Albini,che presenta ben 130 stampe fine art di immagini Polaroid realizzate da 89 artisti e fotografi provenienti da 12 paesi diversi. Immagini ottenute con manipolazione di acidi di sviluppo, pellicole surgelate, emulsioni incollate su carta raccontano l’eclettico utilizzo di queste macchine e regalano piacevolissime interpretazioni artistiche. Le realizzazioni vanno dagli anni settanta ai giorni nostri e colgono un panorama vasto, sia per temporalità che per tematica.  Possiamo, inoltre, ammirare alcune macchine fotografiche della collezione del Museo, rappresentative dell’evoluzione della produzione Polaroid dagli anni ’50.

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“Polaroid Easy Art“

Fino al 26 febbraio 2012, al Museo nazionale della scienza e della tecnologia di Milano.

http://www.museoscienza.org/

e alcuni miei studi