francesco poli parla dell'arte di barbara pietrasanta

La pittura di Barbara Pietrasanta ha caratteristiche figurativamente nitide e precise, ma propone una visione della realtà carica di valenze esistenziali e psicologiche di affascinante complessità, da una prospettiva femminile molto accentuata. Nella sua 
ricerca l’artista mette in gioco tutti i principali temi fondamentali legati al senso profondo della vita, dei rapporti fra donne e uomini, e in particolare alla inquietante problematica dell’identità individuale. Due dipinti possono esemplificare molto bene il modo con cui Pietrasanta ha affrontato queste questioni. Il primo, intitolato « Il gioco della vita » ci mostra dall’alto il tavolo di un biliardo dove vediamo una mano con una stecca che sta colpendo una biglia, un’altra mano che sta gettando sul tappeto verde dei dadi, e in basso il busto piegato di donna nuda vista da dietro che appoggia sul tavolo il suo volto. Non c’è bisogno di spiegare il senso di fondo di questa composizione che pur avendo forti connotazioni simboliche si impone visivamente per la sua forza espressiva. L’altra opera, tra le più recenti, è un un insieme di sedici piccole tele unite insieme a formare un polittico unitario. Qui vediamo i volti di una donna e di un uomo, con espressioni tese e inquiete. Un barattolo di vernice rossa separa i due volti. Nelle altre tele compaiono solo delle parole in inglese anche sovrapposte: « why », « who », « when », « they ». Anche qui la questione che viene posta è chiara, ma non non ci sono risposte certe. In alcuni altri dipinti la figura femminile è la sola protagonista. E’ il caso di « Petrolio » in cui un nudo (che ricorda la Venere di Botticelli, ma con i capelli neri) e’ immersa nell’acqua limpida che sta per essere contaminata da una colata di petrolio. E anche di « Ovulation », un chiaro omaggio alla mitologia indiana, dove il nudo femminile inginocchiato ha molte braccia e con le varie mani tiene delle uova, simboli di fecondità e vita.

Barbara Pietrasanta’s figurative style is clearer and precise, but her paintings suggest a vision of reality that is loaded with fascinatingly complex existential and psychological meaning, seen from a markedly female perspective. In her pictorial research the 
artist brings into play all the main themes linked to a profound sense of life, of the relationship between men and women and in particular of the perplexing question of individual identity. Two paintings clearly exemplify the way in which Pietrasanta has dealt 
with these questions. The first, entitled ‘Il gioco della vita’ (the game of life), looks down on a billiard table, where one hand is seen hitting a ball with a cue, another hand is throwing the dice on the table and at the bottom we see from behind the head and bare 
shoulders of a woman who is leaning forward and resting her head on the table. The underlying meaning of this work has no need of explanation and yet the symbolic connotations do not detract from the expressive force of the work. The other work is one of the most recent and is a group of sixteen small canvasses making up a polyptych. We see the faces of a man and a woman, with tense and worried expressions. A tin of red paint separates the two faces. Only the words in English: ‘why’, ‘who’, ‘when’, ’they’ appear, sometimes superimposed, on the other panels. Here, too, the question asked is 
clear, but there are no certain answers. In some other paintings, the female figure is the only protagonist. In ‘Petrolio’ (Oil), a nude figure (reminiscent of Botticelli’s Venus but with black hair) stands in the clear water that is about to be contaminated with oil. In 
‘Ovulation’, in clear homage to Indian mythology, the kneeling female nude has many arms and her many hands hold eggs, symbols of fertility and life.

patrizia raveggi parla dell'arte di barbara pietrasanta

Barbara, che da Milano attraverso New York da anni sferra le sue risposte (o scaglia i suoi interrogativi: Why? Where? Who? sparsi nella recentissima opera “15 words and a red dot”) ripetendo i temi che l’ossessionano, contro il collasso, la frana, la cancrena con cui il volto della societa’ si manifesta, usando il (proprio o altrui) corpo per filtrare l’attualita’ (la catastrofe epocale incarnata nelle due gemelle di “11 settembre”, la bellezza classica su cui incombe ineluttabile violazione, nella silhouette rinascimentale di 
“Petrolio”; lo straniamento, spaesamento, solitudine, nel travestito di “Leslie”, la doppiezza nei due profili affrontati (l’angelo della storia di Benjamin?) di “Senza titolo”; la crudelta’ di chi ci e’ vicino, ci giudica e condanna nella farfalla trafitta di “Condominio”) o per ritrarre il rigoglioso respiro del consumismo (il busto leonardesco di Icona 1) unendolo alla natura ed alla storia (“Oltre il muro” Beyond the wall). Nel filo delle trasformazioni, nel maturarsi ed ampliarsi della sua gamma creativa (senza esitare ad usare la tecnica dell’affresco, oggi assai poco frequentata, in un imponente ciclo dedicato alla Via Crucis) e’ riconoscibile la continuita’, il senso del complicato e del molteplice, del relativo e dello sfaccettato che determina in lei un’attitudine di perplessita’ sistematica. Da sempre le opere di Barbara si possono agevolmente leggere in chiave narrativa, ci sono sempre uno o piu’ personaggi – o parti di personaggi- in scena, al centro o ai margini, quella di Barbara non e’ una visione dell’assenza, evita le sfumature ermetiche, si indirizza ad un’espressivita’ il cui apparente realismo si filtra tuttavia di memoria o nostalgia, di un sottile pervasivo senso di precarieta’. L’atteggiamento distaccato, al tempo freddo e struggente, lo sguardo deluso dai rapporti con il mondo che equivale ad uno scacco sul piano pratico, si rivale sul piano della trasfigurazione lirica: Barbara intinge in coloriture indiane lo sfondo di un (auto?) ritratto concepito quando, correva l’anno 2002, l’India era evocata come un’ipotesi dell’irrealta’. All’ India dedica “Ovulation”, connubio fantastico della Dea Kali (in una mitigata versione ad uso occidentale) e simboli di fertilita’, muovendosi cosi’ con fermezza e con largo anticipo verso l’auspicato incrocio e fusione. E’ stato osservato che, volendo a tutti i costi etichettare l’arte contemporanea, la si potrebbe definire come un progressivo processo di disidentificazione e sradicamento rispetto alle proprie tradizioni, un continuo strapparsi dalla propria radice, “nella consapevolezza che la propria radice e’ paradossalmente questo stesso strappo”. Il senso del cammino e’ dunque proprio in questo volontario strappo finalizzato a procedere verso una civiltà fatta di intrecci, incontri e scambi continui tra sponde, popoli, culture, individui, tra colori e suoni diversi. Come le storie narrate, cosi’ le opere d’arte non possono essere chiuse nei limiti di un unico orizzonte; le culture e le tradizioni sono sempre luoghi di traduzione e di trasformazione e di transito, luoghi – fisici o immaginati – in cui si possono tracciare diversi percorsi in un mondo differenziato, eterogeneo.

From Milan through New York, Barbara throws her answers (or flings her question-marks: Why? Where? Who? scattering them through the surface of “15 words and a red dot”, a very recent work) against society’s collapse and gangrene, reverting to her obsessing themes, using her own or somebody else’s body as a filter for chronicle actuality (the twins of “9/11’’; the Renaissance silhouette of “Petrol” threatened by impending pollution; “Leslie’s transvestite, lost in alienation and loneliness; the double-profiles (Benjamin’s 
Angel of history?) of “Untitled”; the butterfly of “Condominium” stabbed by her neighbours’ cruelty, judgment and condemnation or to portray the blossoming breathing of consumerism (the a’ la Leonardo bust in Icon I,) melting it in nature and history (“Oltre il 
muro”Beyond the wall). Following the thread of Barbara’s transformations, the ripening and widening of her skills (she does not hesitate to make use of the now-a-days hardly known fresco- technique in an impressive Via Crucis cycle), it is easy to detect a 
continuity in her feeling for the multiple and the complex, the relative and the multi-faceted determining her attitude of systematic perplexity. Since ever, Barbara’s works can be read in a narrative key, there are always human beings, or parts of them, in centre- stage, or along the borders; Barbara’s vision is not hermetic, the seeming realism of her expression is filtered through memory, nostalgia and a subtle, permeating feeling of precariousness. Her detached approach, cold and yearning at the same time, her 
disapproving eye, do not favour worldly relationships; the checkmate on the practical side is reversed through lyric transfiguration: Barbara dips in Indian colours the background of a (self ?) portrait conceived when- it was 2002- India was nothing more than a hypothesis 
of unreality. To India she devotes “Ovulation”, fantastic merge between the mother Goddess Kali (in a mitigated Western avatar) and fertility symbols, thus firmly and ahead of time marching towards the hoped for blend.
If one was obliged to put a label on contemporary art, this might be defined as a progressive process of dis-identification and uprooting from one’s own traditions, a continuous eradication and tearing of one’s own roots, in the awareness that those roots ARE paradoxically in the eradication itself. The meaning of the journey is therefore towards a civilization made of intertwining, encounters, exchanges between sides, peoples, cultures, individuals, between different colours and sounds. Written stories and paintings cannot be confined inside borders, restricted by one horizon; in a diversified, 
heterogeneous, open world, where different routes can be mapped out, cultures and traditions are transit stations of an on-going translation and transformation process.

maria torelli parla dell'arte di barbara pietrasanta

Una narrazione totalmente obiettiva non esiste, e non esiste nemmeno opera di fantasia che sia del tutto slegata dalla realtà. La consapevolezza di questa contaminazione si scorge negli olii di Barbara Pietrasanta, che raccontano il mondo senza false retoriche. L’uso di alcune tecniche della comunicazione pubblicitaria e visibile, non per questo prevaricante; pittosto è la fotografia che si fa “ancella” della pittura e in tal modo ci fa apprezzare ancora di più la capacità tecnica dell’artista. Il tratto gioca con la sua abilità nel riprodurre realisticamente il mondo, con un registro che potrebbe dirsi cinematografico, documentaristico: campi delimitati da rette come nelle striscie dei fumetti o nella fotocomposizione di una pagina di rotocalco, ma anche come espediante già usato dai miniatori di manoscritti; la differenza è tutta nel concetto di pari dignità che per questa pittrice ha ognuno dei segmenti della storia raccontata; riquadri – come quadri nel quadro, dunque – che sembrano riproporre gli “scompartimenti” mentali in cui le sensazioni e i ricordi vengono riposti in una immaginaria soma di tutte le loro possibili combinazioni. Gli edifici sono derivazioni architettoniche appartenenti più alla Metafisica, con I loro scorci inquietanti ( come nei quadri “Salto” e “Il condominio”) che semplice sfoggio di abilità tecnica nel disegno. Vi è spazio anche per rimandi all’optical art, ad Escher, in composizioni in cui il grigiore della vita moderna brulicad’insetti, veri padroni delle nostre città, o in momenti di più amara ironia in cui le braccia umane sembrano di volta in volta lottare o stringersi, fondendosi in tinte livide come il metallo di una statua. Lo studio della monocromia, l’utilizzo di colori freddi ma sempre nella loro luce più attutita, mettono a fuoco immagini dal netto realismo in cui domina comunque un sottile riferimento magrittiano: oggetti di uso commune dotati all’improvviso di un’anima spaesante, comunissime “cose” che, per il solo fatto di essere fuori dal loro contesto, acquistano un peso straordinario. Mediante questo accorgimanto l’artista fa rivivere l’antico enigma del ritratto rinascimentale. Nei ritratti di Leonardo Da Vinci, di Raffaello, di Piero Della Francesca, il simbolismo degli oggetti presenti suggerisce il mondo interiore dell’uomo della donna: Barbara Pietrasanta si riappropria di questa tecnica e ne amplifica i particolari, li riproduce con precisione quasi fotografica per consegnarceli puri nella loro inspiegabilità. Come un reportage che congeli l’attimo ed esplori tutte le possibilità pratiche e teoriche del suo universo di significati semiologici. Non a caso è umanistica l’attenzione posta al rapporto fra uomo e natura, è laica la ricerca di valori etici che siano validi per una società multietnica come quella che in queste opere ci viene raccontata. Ed il rimando a un retroterra classico, sempre ricondotto alle esigenze e al sentire contemporaneo, è anche nell’indagine sul nudo, fisico e spirituale: cosa significa – ed è ancora possible – essere veramente nudi in una civiltà come quella contemporanea? Questi non sono corpi di modelle che vogliono venderci qualcosa, sono uomini e donne che si offrono a noi nel momento in cui, per solitudine, per prostrazione, ma anche per autoconsapevolezza, hanno da offrire non bellezza, né competenze tecniche, né potere, ma solo quello che sono. Protagonisti di odissee metropolitane che si svolgono nei “condomini”, fra i container di un porto industriale, o nel silenzio di un proprio io. Il vuoto dunque che parla, che porta, come nella meditazione o nella preghiera (per esempio in opere come “Ovolution”, “Meditazione” e “Petrolio”) ad un confronto con I limiti dell’uomo o con la divinità. E’ un’umanità che attende qualcosa mentre svolge le proprie azioni quotidiane, mentre gioca a biliardo con la propria vita. Le opere di Barbara Pietrasanta hanno un sentimento metafisico di straniante attualità, mostrano I fantasmi del reale che ci camminano accanto: misteriosi e a volte drammatici, ma mai cupi. Forti di un equilibrio formale e diu un gusto del paradosso per cui svestire di orpelli significa arricchire di echi e riflessi ogni imagine. Scavo profondo nelle pieghe interiori di un’umanità intense e dignitosa anche nel proprio smarrimento.

Michele BonuomoChe cos’altro c’è da aggiungere al tragico elenco di eccessi da tutti vissuti negli anni appena trascorsi? Forse nient’altro. Abbiamo consumato tutto il consumabile con una furia da antropofagi:con troppa irruenza e con scarsa progettualità abbiamo abbattuti i “muri”. Con sospetta frettolosità abbiamo liquidato le ideologie. Con irriducibile determinazione abbiamo divelto ogni ancoraggio con la storia, e la pittura, esaurito l’ottimismo sfacciato del mercato, non è più la grande coscienza del mondo. Solo per pochi coraggiosi continua ad essere una pratica estrema. Per quei pochi infatti che non hanno più voglia di nascondersi dietro bellurie, falsi miti, vuote provocazioni, sfrontatezze senza eroismi. I gesti esemplari di chi ha messo a repentaglio la propria esistenza, vivendo passioni e tensioni senza ritorno, sono stati equivocati dai più o reinterpretati come brani di una rappresentazione vuota e accademica. Le lacrime, il sangue e lo sperma troppi li hanno acquistati già liofilizzati e consumati nel fast food della banalità quotidiana. E così le luci si sono spente su un palcoscenico da triste avanspettacolo.. Anche le mille luci di New York sono un fioco lumicino che getta ombre sinistre su una tragica solitudine. Barbara Pietrasanta di tutto questo è stata testimone, lo ha sentito sulla sua pelle, lo ha catturato con i suoi occhi voraci. Ma senza cadere in trappola, senza diventarne vittima. Con lucida determinazione, ha messo ordine nelle sue passioni, sezionando come su un tavolo di una morgue i cadaveri delle vittime del suo tempo, i misteri di un eros che non chiede più travestimenti edonistici per far esplodere le contraddizioni, per scompaginare le regole di ipocrite e perbenistiche perversioni. Nelle sue tele i gesti sono calcinati come quelli di un fregio ellenistico, i corpi sono ridotti a brandelli dalla luce gelida di un flash: vivono nel buio e solo per un attimo si rivelano nella loro dimensione visionaria. Con una pittura netta, che non induge a calligrafismi iperealistici, Barbara Pietrasanta mette in atto un gioco costante di spiazzamenti, di situazioni e di significati, di scambi di ruoli tra l’Artista che dipinge e il soggetto rappresentato, in cui solo la pittura è in una posizione di forza. Tutto il resto è messo in discussione. Barbara Pietrasanta forse, ha scelto la strada più difficile, forse la più vulnerabile. Ma l’unica lungo la quale è impossibile barare.

Nel labirinto della femminilità. Oggi, di fronte ad un consapevole e accettato tramonto della vita, mi scopro a riflettere con un sentimento nuovo su un tema che in gioventù, nel pieno di una femminilità agita, ho affrontato in modo superficiale e scontato e che mi aveva appena e superficialmente colpito Un’occasione particolare mi ha proposto una riflessione intima e personale sull’argomento: l’incontro con l’arte di Barbara Pietrasanta. E’ stato un incontro casuale? Forse, tendo a pensare che nulla avviene per caso, o meglio che noi osserviamo e siamo colpiti da ciò che in quel momento urge ed è già presente dentro noi stessi. Quando mi sono soffermata ad osservare i quadri di Barbara mi è venuta prepotentemente alla mente una parola: femminilità e subito un caleidoscopio di aspetti e sensazioni mi ha immerso nella ricerca di un’impossibile spiegazione del senso di questa parola e dell’eros che inevitabilmente esprime. Dai quadri che osservavo emergeva una storia che mi parlava e mi intrigava nella quale mi riconoscevo come donna e come femmina.

Colori scuri accanto a pastelli chiari, ombre generate dalla luce, un gioco di contrasti che occhieggia ad un mistero, braccia raccolte a difendersi, nascondere e lasciare intuire un fascino femminile ambiguo e ammiccante che non si esprime tanto nell’avvenenza fisica quanto traspare da un eros antico, archetipico; mistero avvolto nel gioco di ombre e luci inattese e intense, una dimensione intima racchiusa nel muoversi di un velo nero.Ma la femminilità non è solo inclusione, appagamento e abbandono, racchiude in sé tutta la complessità della vita che lei stessa è capace di dare. Nel femminile emerge prepotente la volontà di prendere, afferrare, racchiudere in sé e determinare la propria sorte nella consapevolezza che nelle proprie mani si dipana il destino del mondo che un’atavica forza racchiude nell’ambiguità del mistero della femminilità.

Lo sguardo è serio, diretto e intenso; i pugni chiusi per prendere, afferrare, affermare e affermarsi, perché quelle mani racchiudono e difendono la vita, perché in quelle mani si dipana il destino del mondo e lì è la soluzione. E in qualche parte, laggiù, lontano dove si potrebbe afferrare e svelare il senso, dove gli eventi hanno un loro evolversi nell’asperità della vita, dove l’unione crea futuro e fantasmi, là dove il mistero si apre all’eros e alla vita, laggiù dove tutto si svela, dove sappiamo che l’attesa avrà termine, nella Parigi simbolo di amore, sangue e rivolta, laggiù non ci sarà spiegazione perchè intanto a Parigi dormono. Un abbraccio ambiguo, protettivo e mortale che pare dire: “ Vieni, ti avvolgo, ti chiudo in me e ti porto in un mondo oscuro e sconosciuto, ti includo e ti trascino nel mistero infinito che unisce uomo e donna.” Poi ti lascio e mi abbandono.

Fragilità e languido appagamento in un letto sfatto dove il senso della vita è immediato, dove niente resiste del passato, niente si aspetta dal futuro. “Ora e non prima” è il senso, l’attimo in cui si palesa il significato e il valore fra sogno e realtà. Accanto restano trascurabili frammenti, simboli di un amore ricevuto, conquistato, di una femminilità che contemporaneamente si offre e rapina. E se la vita è rappresentata da trascurabili frammenti è in quelli che ci esprimiamo maggiormente, è in quelli che siamo veramente noi stessi.

Disperazione e ironia, mistero e dubbio, cattiveria, tenerezza, sofferenza e passione, forza e languore scandite in un ritmo dove la ritrosia si mescola alla spudoratezza dei sentimenti ben oltre la patina della bellezza in una inafferrabile solitudine. Mistero Forse è indispensabile per la femminilità che il suo mistero non venga svelato.

In uno sguardo schiudo il mio mistero Nelle mie mani plasmo il mio destino Ti amo? Forse Ti lascio? Forse Ti voglio? Forse Ti prendo? Forse Sfido la vita.